venerdì 17 aprile 2015

La casa in riva al mare (la fine)

Dalla sua cella lui vedeva solo il mare 
ed una casa bianca in mezzo al blu
una donna si affacciava…. Maria
E’ il nome che le dava lui
Alla mattina lei apriva la finestra
E lui pensava quella e’ casa mia
Tu sarai la mia compagna Maria 

Una speranza e una follia

Lucio Dalla - La casa in riva al mare.


Il campanello, in ottone, gli svelava finalmente il vero nome: Giada Franchini. Lui cercava Maria. Ma sapeva che il suo nome non sarebbe stato quello. Il suo indice si accanì sul pulsante. Avrebbe risposto, prima o poi. Il legno scuro della porta si spostò, ma solo di poco. Marco ne vide il viso. Due occhi verdi lo fissavano oltre quell’uscio pesante. Pensò allo sguardo triste, supplicante di quel detenuto che non avrebbe visto mai più e si fece coraggio.
- Buonasera, signora, sono una guardia penitenziaria del carcere qui di fronte, devo consegnarle un pacchetto.
Mai si era sentito, prima di allora, così inadeguato. Glielo aveva promesso, sapeva che Federico sarebbe morto, di lì a poco e si era lasciato convincere. Se il direttore del carcere lo avesse saputo, Marco avrebbe passato dei guai. Il piccolo pacco scivolò nelle mani della donna. Senza una parola le dita si avvolsero sulla carta a fiori e rientrarono nella casa coperta da un’edera invadente.
Voltò le spalle. Il suo compito era stato assolto, la coscienza poteva dormire sonni tranquilli. Non fece in tempo a fare dieci passi, la voce femminile lo fece voltare ancora verso quella casa che aveva, come solo confine, l’acqua irrequieta del golfo.
- Grazie. 
La voce della donna gli diede la sicurezza di avere compiuto ancor più del suo dovere. Tornò a dirigersi verso il carcere, ma quella parola sussurrata di là dalla porta rimase legata alla sua anima.

Marco non capiva. Non capiva chi viveva lì dentro senza una speranza. La vita è nulla senza aspettative. Eppure l’unico modo per sopravvivere in un carcere era dare un valore diverso alle cose. Innanzitutto la vita, la propria. E poi il resto. Ma la vita, prima o poi ti saluta, se ne va. E lascia le tue cose a chi ti deve svuotare la cella. Marco si ricordò della sera precedente. Federico la chiamava Maria, la vedeva dalla cella, la seguiva, la venerava. Le normali follie di un ergastolano. Non sapeva neppure che il suo vero nome era Giada. Ma l’amore non si fa fermare da quattro barre di metallo verticali, pensò la guardia carceraria.
Marco svuotò l’armadietto metallico. Una lettera sigillata. Per Maria. Basta, pensò Marco, Federico mi ha chiesto semplicemente di portarle il pacco, perché dovrei sentirmi obbligato anche a portarle la lettera? Ricordò la sua promessa, due giorni prima: “quello che troverai per Maria, portalo a lei, ti prego”.

Il  campanello, ancora in ottone, lo fissava. Sembrò chiedergli: “che ci fai ancora qui?”. Eppure Marco si trovava, per la seconda volta, davanti a quell’uscio, ad affondare il dito nel pulsante per richiamare quegli occhi verdi che Federico, dalla sua cella non aveva potuto scorgere.  La porta, questa volta, si aprì completamente. Il sorriso della donna lo ripagò del tragitto, a piedi, dal carcere a quella casa in riva al mare. Tremante le porse la lettera. L’anulare della mano destra della donna era cinto da quell’anello che Federico le aveva costruito nella sua cella. Fil di ferro e una gemma finta. Aveva visto Federico mentre lo realizzava. E aveva chiuso un occhio. Decisamente romantico, tenendo conto che Federico era un serial killer che aveva massacrato una decina di donne. Come Maria, o Giada, o come diavolo si chiamava.
Il divano era morbido, blu come la notte. Il tavolino, davanti alle gambe dell’uomo, era impolverato. Giada non doveva ricevere spesso ospiti, pensò. Il rumore inconfondibile della moka che sputa il caffè ricordò a Marco che la donna sarebbe tornata in quel salotto dai mobili scuri tra poco. La curiosità è femmina, si dice. Per una volta fu maschio. L’uomo prese la lettera che Giada aveva appoggiato, dopo averla letta, sul tavolino. Fece scorrere gli occhi sulla scrittura incerta del carcerato.
“Cara Maria, ti ho vista dalla mia cella lavorare nel tuo orto, scavare buche, concimare, attendere i frutti della tua fatica. Tu non sai quanto noi siamo anime gemelle, quanto ti stimo, quanto apprezzo ciò che fai. E, per questo, voglio farti un dono. Sai tu cosa farne, ma mi piacerebbe che finisse sotto i pomodori, in quell’angolo del giardino dove il sole rimbalzava sui tuoi capelli neri e ti faceva così bella.”
Nella mano della donna ci sarebbe dovuta essere la tazzina del caffè. Non c’era. Al suo posto una pistola.
- Finisci di leggere –intimò Giada.
Marco non e aveva più voglia, avrebbe preferito gettare la lettera e sparire da quel divano blu. Invece riprese la lettura.
“Noi due siamo uguali, il brivido dell’omicidio, l’eccitazione della morte, tutte sensazioni che so provi anche tu. Ti ho vista, affannata, mentre nascondevi sotto terra, nell’orto, le tue vittime. Non potevo vedere i tuoi occhi, ma li immaginavo brillanti di gioia. Quando leggerai questa lettera sarò morto, ma voglio farti un regalo, una nuova vittima per te. Nessuno saprà che è lì, sarà venuto di nascosto. Non farlo soffrire troppo, è un bravo ragazzo.
Con stima.
Federico.”

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