Haiku vincitore del contest Haiku per l'otto maggio.
Fiore legato.
Cinquanta sfumature
sulla sua pelle.
giovedì 19 marzo 2015
lunedì 4 agosto 2014
Terzo classificato al Campionato nazionale della bugia
Piccolo lago
Lo sapevano tutti, lì. Ma nessuno diceva niente. E tutto era
andato bene. Per anni.
C'era una vecchia leggenda che ne parlava. E il ristorante
"Piccolo lago" la aveva sfruttata.
Mauro osservò il locale. Vuoto. Tristemente vuoto. I
tavolini candidi sarebbero rimasti immacolati. Nessuna prenotazione oggi,
nessuna domani. “Specialità: Polpo di lago” recitava ancora l’insegna davanti
al ristorante. Avrebbe dovuto cancellarla. Nel minuscolo paese che si tuffava
nell’altrettanto piccolo lago, nessuno credeva all’esistenza del polpo gigante
di lago.
I paesani vedevano i
camion delle pescherie scaricare grosse casse di molluschi surgelati
provenienti da qualunque mare, ma non dalle acque su cui si specchiavano le
loro case. A tutti andava bene così. I turisti arrivavano, assaggiavano il
polpo e ne esaltavano la differenza di sapore, la bontà, la freschezza. Tutti
se ne andavano soddisfatti e ancora più ne tornavano.
Tutto era andato bene. Fino a quel giorno.
Aveva sbagliato, Mauro, a cambiare commercialista. Le
fatture del pesce surgelato erano uscite dall'ombra. Un articolo sul giornale,
una denuncia per truffa, mille telefonate, per disdire le prenotazioni.
Il sole si stava inabissando nelle acque appena mosse dalla
brezza tiepida della sera estiva, e insieme a lui, la vita di Mauro.
Era distratto, Mauro, mentre nuotava. Pensava a quanto fosse
bello il lago in cui era immerso, alla bolletta della luce da pagare, al suo
conto in banca più rosso di quel tramonto sull'acqua.
Era distratto.
Se non lo fosse stato, forse, avrebbe potuto notare tutte
quelle grandi ombre che, sotto di lui, vicino al fondo del lago, agitavano i
tentacoli.
martedì 15 luglio 2014
Primo classificato al premio nazionale Antonio Fogazzaro 2014.
Tre dei miei racconti del Fogazzaro
POST OFFICE.
Plano
dolcemente. Come sa planare la carta, ondeggiando a destra e a sinistra. Un
metro è una bella distanza per una lettera. Infine mi poso. Attendo che
qualcuno mi raccolga per tornare tra le mie simili. Un calcio. Questa impiegata
delle poste è proprio interdetta, mi fa cadere col gomito e poi mi sbatte nel
luogo più nascosto del bancone.
******
Oggi è
venuto a trovarmi un ragnetto. Mi ha riempito della sua tela. Almeno ho visto
qualcosa di vivo.
******
La polvere,
ormai, mi ha ricoperto. La donna delle pulizie, che viene la notte, passa il
tempo a dormire e ascoltare musica.
******
La scritta
“Per Anna Corti” ormai è sbiadita. Anche quella “Mittente Federico Santi” è
quasi illeggibile.
******
Gli operai
smontano il bancone. L’ufficio postale cambia sede. Finisco tra i pezzi di
legno. Addio.
******
Federico era
un timido. Le sue parole d’amore le affidava alle lettere.
Non
ricevette mai risposta da Anna. Si sposò poi cinque volte.
Le sue mogli
riposano nel freezer della sua cantina.
******
Anna sposò
poi Franco, un bravissimo uomo.
Che in
cantina ha un freezer gigantesco.URLA DAL BALCONE.
Dieci
minuti.
Osservo l’orologio a muro della cucina. Ancora dieci minuti precisi. Lo sguardo si perde fuori dalla finestra, nell’azzurro del cielo mattutino. Che meraviglia l’alba. Con la sua brezza fresca soffia via le angosce della notte. Per chi non ha dormito è il traguardo tanto atteso.
Cinque minuti.
Poco tempo, poco dolore. L’obiettivo è vicino. Stavolta sarò puntuale. Sono sempre arrivata tardi agli appuntamenti della vita. E li ho sempre mancati.
Due minuti.
Ci vuole precisione per fare le cose giuste. E io non le ho mai fatte. L’elenco dei miei fallimenti è lungo più di sei piani. Le lancette paiono ondularsi al mio sguardo bagnato dalle lacrime. Penso di regalarmi ancora qualche minuto in più ma a cosa servirebbe? Ormai la decisione è presa.
Un minuto.
Il sole basso sull’orizzonte s’intrufola nella cucina. Respiro l’aria profumata di settembre con avidità.
Pochi secondi.
Si va. Mentre lascio il balcone alle mie spalle e l’asfalto attende di ricevermi mi accorgo di essere in ritardo. Ci vuole tempo per volare per sei piani.
Anche al mio ultimo appuntamento arriverò tardi.
Osservo l’orologio a muro della cucina. Ancora dieci minuti precisi. Lo sguardo si perde fuori dalla finestra, nell’azzurro del cielo mattutino. Che meraviglia l’alba. Con la sua brezza fresca soffia via le angosce della notte. Per chi non ha dormito è il traguardo tanto atteso.
Cinque minuti.
Poco tempo, poco dolore. L’obiettivo è vicino. Stavolta sarò puntuale. Sono sempre arrivata tardi agli appuntamenti della vita. E li ho sempre mancati.
Due minuti.
Ci vuole precisione per fare le cose giuste. E io non le ho mai fatte. L’elenco dei miei fallimenti è lungo più di sei piani. Le lancette paiono ondularsi al mio sguardo bagnato dalle lacrime. Penso di regalarmi ancora qualche minuto in più ma a cosa servirebbe? Ormai la decisione è presa.
Un minuto.
Il sole basso sull’orizzonte s’intrufola nella cucina. Respiro l’aria profumata di settembre con avidità.
Pochi secondi.
Si va. Mentre lascio il balcone alle mie spalle e l’asfalto attende di ricevermi mi accorgo di essere in ritardo. Ci vuole tempo per volare per sei piani.
Anche al mio ultimo appuntamento arriverò tardi.
L'UBRIACONE.
(sottotitolo:
E...)
E ti senti
una merda. E ti alzi con la bocca che sa di amaro e la testa che sembra
staccata. E dici: "stavolta smetto". E ci pensi, un ora, due ore. E
la vedi. E ti fissa dal tavolo, quella stronza bottiglia di whisky. E te ne
vai, sperando che restarle lontano sia la soluzione. E ti senti inadeguato. E
pensi che gli altri sono meglio di te. E la desideri. E speri nel suo oblio. E
sogni che la gente ti apprezzi, ma non lo fa. E cedi a lei. E la apri. E senti
il fuoco scendere nella gola e il cervello che si stacca dalla testa. E ti
senti bene. E sai che, domani, sarà ancora peggio
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